Mar 23 22

Mal di schiena: Acuto Vs Cronico

Giorgia Bacco

Incidenza

La lombalgia è la principale causa di disabilità nel Regno Unito e si stima che 8 adulti su 10 svilupperanno almeno un episodio di lombalgia nel corso della propria vita. Abbiamo chiesto al nostro fisioterapista, Pietro Mazzariello di spiegarci alcuni punti legati a questo disagio. “Mentre nella maggior parte dei casi il dolore scompare entro poche settimane, il 20% di queste persone deve richiedere supporto medico e circa un terzo ha episodi ricorrenti con sviluppo di una problematica cronica” afferma il nostro fisioterapista e conclude dicendo che “ Il 30% delle persone che hanno sofferto di mal di schiena in passato, avranno un altro episodio entro 6 mesi e circa il 40% entro un anno dall’episodio precedente”.

Come si presenta questo disturbo?

Un episodio di lombalgia può presentarsi con una varietà di sintomi e di diversa intensità che possono provocare apprensione e spavento. Il 40% delle persone infatti lo descrive con bruciore e intorpidimento diffondersi lungo le gambe. 

Quando si viene colpiti da un dolore così improvviso, a volte strano e così intenso, il primo pensiero è che ci sia qualcosa di grave o danneggiato. Fortunatamente solo l’1% di questi dolori è legato a condizioni veramente gravi che possono richiedere un intervento chirurgico.

A chi chiedere aiuto e come?

Il tuo medico di famiglia o fisioterapista sono in grado di individuare le cause di questo malessere attraverso una valutazione approfondita.

Le indagini diagnostiche come radiografie e risonanza magnetica sono necessarie solo in alcuni casi. “Molti studi dimostrano che solo 5 volte su 100 i risultati di una risonanza hanno valore rilevante per la gestione e trattamento di un episodio di lombalgia”.

Fattori di rischio

Come per tante altre problematiche muscoloscheletriche non è attualmente possibile individuare una causa specifica alla base del dolore. Si tratta infatti di fenomeni multifattoriali che richiedono un intervento olistico, ovvero basato sull’individuazione e gestione di quei fattori legati allo stile di vita e abitudini. Alimentazione, qualità del sonno, gestione di emozioni e stress, sport e attività motoria. 

Sembrerebbe infatti che lo sviluppo di una condizione più persistente e cronica della lombalgia sia legata alla cattiva individuazione e gestione di tali fattori e ai comportamenti “sbagliati” che ne risultano di conseguenza.

In conclusione

Se il dolore persiste per più di qualche settimana un fisioterapista può essere molto utile per accelerare il processo di guarigione ed evitare che diventi cronico e migliorare la qualità della tua vita.

A cura del nostro fisioterapista Pietro Mazzariello

Mar 4 22

Attività Fisica in Gravidanza

Giorgia Bacco

a cura della nostra Ostetrica, la Dott.ssa Katia Ciccarella

Ancora troppo spesso, le future mamme tendono a credere che la gravidanza comporti necessariamente una limitazione, se non una cessazione dell’attività fisica. Il “riposo assoluto” in gravidanza, quando non prescritto per motivazioni mediche specifiche, può associarsi ad un eccessivo aumento ponderale, una minore consapevolezza del proprio corpo che va incontro a modificazioni importanti, disturbi fisici come ad esempio mal di schiena, gonfiore soprattutto a gambe e caviglie, nonché ripercussioni sull’umore. In questo post cercheremo di fare chiarezza sull’argomento e discutere le attuali linee guida sfatando alcuni falsi miti. 

Benefici e caratteristiche dell’attività motoria in gravidanza

In caso di gravidanza a basso rischio, l’ideale sarebbe svolgere 150 minuti di attività fisica moderata (linee guida di RCOG= Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, ACOG= American College of Obstetricians and Gynaecologists, SIGO= Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e Istituto Superiore di Sanità, solo per citarne alcune).

In pratica, 30 minuti al giorno circa, che si possono anche suddividere in blocchi da 10 minuti.

I benefici dell’attività fisica sono molteplici: 

– miglioramento della capacità cardiorespiratoria, che di conseguenza porta ad un migliore scambio di ossigeno tra mamma e bambino

– controllo dell’aumento ponderale materno 

– riduzione di senso di nausea e stanchezza 

– una migliore resistenza muscolare, necessaria per affrontare travaglio e post parto

– prevenzione di mal di schiena e dolori muscolari in generale 

– riduzione del rischio di pre-eclampsia, ipertensione, diabete gestazionale, parto cesareo

– diminuzione e prevenzione di sintomi depressivi

Controindicazioni:

La gravidanza dunque non è di fatto una controindicazione all’attività fisica. In generale è sempre meglio rivolgersi a ostetrici e ginecologi per ricevere rassicurazioni e discutere il vostro stato di salute.

Vi sono però casi in cui l’esercizio fisico in gravidanza non è consigliato e le controindicazioni si suddividono in assolute (attività fisica non indicata) e relative (condizioni transitorie, che vanno vagliate dal proprio specialista).

Vediamole nel dettaglio:

Controindicazioni assolute:

– Cardiopatia significativa

– Patologia polmonare restrittiva

– Cervice uterina incompetente (con o senza un cerchiaggio cervicale)

– Gravidanza gemellare ad alto rischio e/o a rischio di parto pretermine

– Perdite ematiche vaginali persistenti nel 2o o 3o trimestre

– Placenta previa dopo le 26 settimane

– travaglio pretermine nella gravidanza attuale o nelle precedenti

– Pre-eclampsia/ ipertensione indotta dalla gravidanza

– Rottura delle membrane amniotiche

– Anemia severa 

Controindicazioni relative: 

– Anemia

– Aritmia cardiaca non significativa

– Bronchite cronica

– Diabete di tipo 1, ipertensione, epilessia e ipertiroidismo non controllati

– Obesità estrema (BMI>40)

– Sottopeso estremo (BMI<15)

– Stile di vita estremamente sedentario

– Restrizione della crescita fetale nella gravidanza attuale

– limitazioni a livello ortopedico 

– consumo eccessivo di sigarette

Che attività si può fare in gravidanza?

La maggior parte degli sport è indicata anche e soprattutto in gravidanza (dal primo al terzo trimestre): corsa, passeggiate in bicicletta (o indoor cycling), nuoto, attività aerobica o esercizi di resistenza in palestra, yoga, pilates, la lista è infinita.

Bisogna però prendere in considerazione due aspetti importanti: 1) in gravidanza l’esercizio fisico ha come obiettivo il mantenimento del livello di fitness e di salute in generale e quindi, mano a mano che il feto cresce, bisogna procedere con delle “regressioni” per quanto riguarda intensità e range di movimenti a seconda dell’esercizio proposto. 

2) non è mai troppo tardi per iniziare: se in passato non si raccomandava di intraprendere un’attività fisica in gravidanza, in caso di vita sedentaria, adesso la raccomandazione a livello internazionale è di spronare la futura mamma ad iniziare gradualmente (anche da una camminata a passo sostenuto).

In entrambi i casi, è fondamentale rivolgersi ad istruttori di fitness professionisti, che abbiano anche una qualifica specifica per l’attività fisica pre e post parto e ricevere il “via libera” dalla propria ostetrica.

Inoltre, è stato ampiamente dimostrato che l’esercizio fisico non aumenta il rischio di aborti spontanei nel primo trimestre e quindi si raccomanda di continuare un’attività moderata, come da periodo pre-gravidanza. È normale sentirsi particolarmente stanche e fiacche nelle prime e nelle ultime settimane di gestazione: ascoltare il proprio corpo è sempre il consiglio migliore, ma ciò non significa interrompere l’attività fisica per tutta la durata del primo trimestre o della gravidanza, soprattutto se abituate a svolgere regolare esercizio fisico. 

Quali sono gli sport da evitare?

Tutti gli sport estremi e da contatto, o in cui il rischio di cadute sia alto:

– Calcio, rugby, arti marziali, basket, boxe

– Equitazione, arrampicata, ginnastica artistica, ciclismo fuoristrada, sci

– Immersioni

– Lancio col paracadute

– Sport ad alta quota (oltre i 2000 m)

– Hot yoga e hot pilates

Dopo il primo trimestre

– Qualsiasi sport col rischio di urtare l’addome con degli attrezzi (es tennis, squash)

– Esercizi in posizione supina a partire dalle 16 settimane di gestazione (si tratta di un dato relativo; in generale se la mamma avverte giramenti di testa o nausea in questa posizione, può cessare l’attività in posizione supina a qualsiasi epoca gestazionale)

Quando smettere di svolgere attività fisica (e rivolgersi allo specialista)?

– Qualora vi fossero perdite ematiche vaginali 

– Contrazioni regolari e dolorose 

– Perdite di liquido amniotico

– Difficoltà respiratorie a seguito di attività fisica

– Dolori al petto

– Mal di testa, che non si risolve con paracetamolo 

– Debolezza muscolare, che ha un impatto sull’equilibrio

– Improvviso gonfiore e/o dolore al polpaccio (non legato all’attività fisica)

Feb 24 22

A PROPOSITO DI COVID: DALL’EMERGENZA ALLA CONVIVENZA

Giorgia Bacco

A ormai due anni trascorsi dall’inizio della pandemia, in un momento storico in cui a livello legislativo ci viene suggerito il ritorno alla normalità, può essere utile proporre alcune riflessioni da una prospettiva psicologica ed emotiva. 

Siamo partiti da uno stato di allarme e attivazione molto alti, con emozioni di angoscia e paura destabilizzanti. Ci siamo confrontati con un pericolo tanto sconosciuto quanto letale, oltre che con la fantasia e il desiderio di trovarne ‘la cura’ che ci permettesse di sbarazzarcene e poter tornare alla vita di prima, quella che ci faceva sentire al sicuro. 

Con il passare del tempo stiamo facendo i conti con la presenza del Covid nelle nostre vite. Stiamo imparando gradualmente a conoscerlo e ad arginarlo grazie al lavoro scientifico in continua evoluzione. L’intensità emotiva iniziale sta lasciando spazio a vissuti più lenti e probabilmente alla graduale consapevolezza che forse più che i 100 metri stiamo correndo una maratona. Il traguardo non è lì dove ce lo eravamo immaginato, e corpo e mente hanno bisogno di riorganizzarsi per affrontare la strada. 

Quale allora lo sguardo possibile sul nostro presente e futuro? Possiamo autorizzarci a vivere con la pandemia, senza che questo ci renda prede dell’ansia né ci spinga a negarne l’esistenza? Le variabili da considerare certamente aumentano, ma con la complessità si può avere a che fare.  

Cosa ci sta succedendo a livello psicologico?

Il corpo e la mente, in una maratona come nella nostra quotidianità in pandemia, si adattano piano piano alle richieste poste da questa nuova condizione e al cambiamento di abitudini; ma nel farlo gli sforzi emotivi e relazionali sono molteplici. 

Tanti processi psicologici avvengono in maniera inconsapevole; proprio per questo, riflettere su ciò che accade dentro di noi a livello emotivo sostiene e rende più fluido il percorso. 

Dal punto di vista psicologico abbiamo a che fare con l’elaborazione del fatto che le cose non torneranno tutte esattamente come prima. La perdita di un’idea implica un riadattamento profondo delle proprie aspettative, dei propri progetti, della propria rappresentazione di futuro. Questo va mentalizzato per potersene fare carico a livello psichico e per potersi autorizzare a vivere questa nuova dimensione.

E’ normale sentirsi più insicuri?

La consapevolezza che questa nuova realtà sia in continua evoluzione contribuisce ad amplificare un senso di imprevedibilità, con il rischio di  aumentare l’ansia. 

Stiamo sviluppando una nuova idea di rischio e di sicurezza, relative a noi stessi e alle persone care, in relazione alle condizioni e alle risorse presenti nella propria famiglia e nel contesto relazionale più stretto. 

Questa percezione del rischio, il mutamento delle possibilità di mobilità e le nuove forme di lavoro da casa hanno intaccato anche le relazioni sociali. La scelta e l’impegno richiesti per ripristinare la propria rete relazionale, sono differenti da prima. Serve una rinegoziazione con l’altro anche in virtù del cambiamento delle condizioni e della percezione dell’altro. 

Il terzo che corre con noi, il Covid che si sperava di lasciare indietro dopo 100 metri, ci sta correndo ancora accanto, a volte veloce e scattante, a volte scarico e lento, ma sempre lì, a condizionare il nostro modo di stare con noi stessi e con l’Altro, nonché di sentirci bene e al sicuro con l’Altro.

Quindi cosa fare ?

Quindi cosa fare? Si tratta di una domanda legittima e più che comprensibile. Se non fosse che quando si parla di emozioni forse più che fare c’è da legittimarsi a poterci stare, riconoscendosi le  risorse per sostenere quello che si prova o registrando le proprie difficoltà per poter chiedere aiuto.

In questo senso un buon punto di partenza puó essere mantenere uno sguardo attento su di noi, osservare le emozioni che viviamo e contestualizzarle e porre attenzione ai segnali del nostro corpo e a quelli che cogliamo nelle relazioni vicine. 

Stare in contatto con noi stessi permette quindi di trovare un nuovo e personale modo di riadattarci e cambiare insieme a quel che cambia intorno a noi. 

Quali sono i segnali di disagio da non sottovalutare?

Quando il disagio intacca il benessere quotidiano e la possibilità di funzionare nei vari ruoli che  sono richiesti (genitore, professionista, figlio) o causa tensioni a livello relazionale (di coppia o con figli o colleghi) è opportuno chiedere aiuto ad un professionista. 

Più concretamente i segnali da non sottovalutare riguardano stati d’ansia prolungati, attacchi di panico, umore fluttuante con picchi intensi o umore depresso al punto da sentire di perdere il desiderio di compiere le normali attività quotidiane. Ulteriori campanelli d’allarme sono poi i disturbi del sonno, relazioni problematiche con il cibo, crisi di rabbia e aggressività, pensieri ripetitivi e di rimuginazione dai quali diventa difficile spostare l’attenzione, o ancora disturbi somatici che non hanno una correlazione organica.

Una volta colti i propri segnali di malessere interiore è importante compiere il passo successivo, ricordandosi che chiedere un aiuto ad un professionista può spesso diventare un’opportunità di avvicinarsi a sé e decodificare i propri sintomi e segnali, certi di non essere soli in questo percorso. 

A cura della Dott. Elisa Gatti e della Dott. Cristina Vismara

Feb 17 22

Tumore del colon-retto: diagnosi e trattamento

Giorgia Bacco

Il tumore del colon-retto è un cancro che si forma nei tessuti del colon (la parte più lunga

dell’intestino) o del retto (la parte dell’intestino più vicina all’ano). 

Come tutti i tumori, anche il tumore del colon-retto è una conseguenza della crescita

incontrollata di cellule, in questo caso di quelle epiteliali della mucosa che riveste

internamente la parte interna dell’intestino. I tumori dell’intestino nascono soprattutto nel

colon e nel retto, mentre i tumori del piccolo intestino e del canale anale sono molto più

rari  (2-3 % di tutti i tumori del tratto digerente). I tumori del colon sono

quasi tre volte più frequenti dei tumori del retto, e si manifestano con modalità

diverse.

Il nostro Dottore, Alex Leo, fa il punto sui tumori del colon-retto e sugli ultimi

progressi della ricerca su questa malattia.

Secondo le stime GLOBOCAN 2020 fornite dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul

cancro (IARC), il tumore del colon-retto rappresenta il 10 % di tutti i

tumori diagnosticati nel mondo, ed è terzo per incidenza dopo il cancro del seno

femminile e del polmone.

La malattia, abbastanza rara prima dei 40 anni, è maggiormente diffusa in persone fra i

60 e i 75 anni, con poche distinzioni fra uomini e donne.

I fattori di rischio noti per il tumore del colon-retto sono legati alla dieta, ai geni e ad altre

cause di tipo non ereditario. 

La maggior parte dei tumori del colon-retto deriva dalla trasformazione in senso maligno

di polipi, ovvero di piccole escrescenze dovute al proliferare delle cellule della mucosa

intestinale. Tuttavia, non tutti i polipi, sono a rischio di malignità.

In generale i polipi non provocano sintomi, ma a volte possono dar luogo a piccole

perdite di sangue, rilevabili con un esame delle feci tramite la ricerca del cosiddetto

“sangue occulto” In alcuni casi le perdite di sangue sono maggiori e visibili anche a

occhio nudo e si possono verificare anche vere e proprie emorragie rettali. Per questo,

sintomi precoci, vaghi e saltuari quali la stanchezza e la mancanza di appetito, e altri

più gravi come l’anemia e la perdita di peso, sono spesso trascurati dal paziente,

soprattutto se in giovane età. Talora una stitichezza ostinata, alternata diarrea,

cambi erratici dell’alvo, possono costituire un primo campanello d’allarme da non

sottovalutare.

I pazienti con insorgenza di tale sintomi dovrebbero vedere un chirurgo specialista in

patologie gastrointestinali. Normalmente la diagnosi avviene tramite una raccolta dei

sintomi, un esame obiettivo (visita clinica) e alcuni esami diagnostici. A volte un esame

diagnostico mini-invasivo come una sigmoidoscopia, puo’ essere sufficiente. Una

sigmoidoscopia è una procedura diagnostica che consente al medico di esaminare un

terzo inferiore del grosso intestino (colon). La sigmoidoscopia è utile per

identificare le cause del dolore addominale, stitichezza, crescite anomale, e

sanguinamento. Può essere utilizzato anche per ottenere biopsie e per eseguire

procedure quali rimozione di polipi o emorroidi. 

Un tubo illuminato, chiamato sigmoidoscopio, viene inserito attraverso

l’ano. Dell’aria viene insufflata nel colon attraverso il sigmoidoscopio per ottenere una migliore visualizzazione. La sigmoidoscopia può avvenire in regime ambulatoriale e senza

alcuna necessità di anestesia. Se il chirurgo lo ritiene opportuno, potrebbe consigliare

una colonscopia; questo é un esame piú invasivo e viene normalmente eseguito da

gastroenterologi endoscopisti in centri specializzati. La colonscopia normalmente viene

eseguita con della sedazione e raramente con dell’anestesia generale.

Che cosa devo fare prima della sigmoidoscopia?

Per una sigmoidoscopia in ambulatorio non vi é bisogno di alcuna preparazione.

Se lo specialista consiglia un esame più invasivo, vi è necessità di una preparazione intestinale.

Quanto dura la sigmoidoscopia?

Una sigmoidoscopia ambulatoriale è un esame diagnostico che normalmente non

dura più di 5 minuti. Essendo questa sempre associata ad una visita completa, il tutto in genere non richiede più di 10 minuti.

La sigmoidoscopia è un esame doloroso?

In genere la sigmoidoscopia non è un esame doloroso. Del disagio può essere percepito. Se il paziente ha patologie acute come ragadi anali, l’esame può diventare doloroso e in questo caso la procedura non viene eseguita.

Feb 10 22

Come rafforzare il nostro sistema immunitario durante i periodi più freddi

Giorgia Bacco

Avere un sistema immunitario efficiente è fondamentale per difenderci dalle malattie e dalle infezioni. Questo vale sempre, ma ancor di più in un periodo di emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo a causa del COVID-19.

Cosa si può fare per migliorare le nostre difese immunitarie?

L’attività del sistema immunitario è profondamente influenzata dal modo in cui ci si nutre e infatti, per svolgere appieno le sue funzioni, necessita di un adeguato apporto sia di macro che di micronutrienti. Per essere certi di ottenere ogni giorno un adeguato apporto di tutti i composti necessari al funzionamento del sistema immunitario è importante avere un’alimentazione varia ed equilibrata.

Difese immunitarie forti passano anche da un intestino sano. Affinché si possa mantenere un adeguato equilibrio intestinale è necessario assumere un adeguato apporto di fibre (almeno 30gr al giorno) derivanti dal consumo di legumi, verdura e frutta fresca (5 porzioni al giorno), cosi come dal consumo di probiotici, le cui fonti naturali sono principalmente lo yogurt ed il kefir.

Il parere della nostra Nutrizionista Ilaria Carandente

Ci parli del ruolo dei micronutrienti:

Per quanto riguarda i micronutrienti, specifiche vitamine e minerali risultano essenziali per il mantenimento di una buona funzionalità del sistema immunitario:

  • Vitamina C: immunostimolante e potente antiossidante, la cui carenza può rendere maggiormente suscettibile alle infezioni. Notoriamente contenuta negli agrumi, ma anche in peperoni, pomodori, kiwi e verdure a foglia verde, questa vitamina è molto sensibile alla luce, al calore e all’ossigeno, fattori che causano la riduzione del suo contenuto negli alimenti. E’ preferibile infatti consumare o cuocere gli alimenti che la contengono nel momento stesso in cui si tagliano (classico esempio è la spremuta di arance che deve essere consumata al momento e non conservata in frigorifero) ed evitare di lasciare le verdure in ammollo nell’acqua per lungo tempo in quanto si tratta di una vitamina idrosolubile. Anche il metodo di cottura influenza il contenuto di vitamina C dell’alimento, in particolare bollitura, cottura al vapore e al forno determinano la perdita di elevate quantità, mentre le cotture che la preservano maggiormente sono quella sottovuoto e in pentola a pressione.
  • Vitamina D: immuno-modulante la cui maggiore produzione nell’organismo avviene grazie all’esposizione della pelle ai raggi solari. L’alimentazione rappresenta in misura minore una fonte di vitamina D e sono pochi gli alimenti che la contengono in quantità apprezzabile. Si tratta essenzialmente di cibi di origine animale tra cui pesci come salmone, sardine, aringhe, tonno e pesce spada, le uova (in particolare il tuorlo) e il formaggio. L’unica fonte vegetale apprezzabile di vitamina D è rappresentata invece da alcuni funghi, in particolare porcini, finferli e chiodini.
  • Vitamina E: possiede proprietà antiossidanti e favorisce il mantenimento delle cellule immunitarie. Le principali fonti di questa vitamina sono la frutta a guscio (mandorle, nocciole, arachidi), oli vegetali (di oliva, di semi, di girasole), avocado e verdure a foglie verdi.
  • Zinco e selenio: esercitano uno spiccato ruolo antiossidante. Particolarmente ricca di questi minerali è la frutta a guscio (pistacchi, mandorle, anacardi e noci), ma discrete quantità si ritrovano anche in legumi e cereali integrali.

Cosa ci può dire riguardo gli Omega3?

Anche gli acidi grassi Omega-3 sono potenti alleati del sistema immunitario essendo capaci di modulare sia la risposta immunitaria che l’infiammazione. Le principali fonti alimentari di Omega 3 sono il pesce (in particolare quello azzurro come sardina, sgombro e aringa ma anche salmone, tonno e merluzzo), frutta secca (in particolare noci, nocciole e mandorle), verdure a foglia verde, soia e avocado.

Esiste una dieta di riferimento?

In generale quindi “la nostra dieta mediterranea” è sempre un buon modello da seguire in quanto assicura un adeguato apporto di tutti i macro e i micronutrienti necessari anche ad un buon mantenimento e funzionamento delle nostre difese immunitarie.

Possiamo usare degli integratori di vitamine durante l’inverno?

Eventuali integrazioni di vitamine e minerali risultano necessarie solo in caso di diete restrittive, intolleranze, allergie o malattie che impongono di evitare cibi specifici o intere categorie di alimenti. Anche in questi casi però, la supplementazione attraverso l’assunzione di integratori alimentari deve essere personalizzata e preferibilmente prescritta dal medico. Ricordiamo sempre che nessun supplemento, infatti, potrà mai compensare uno squilibrio nutrizionale di fondo.

Feb 3 22

Sindrome della neve visiva

Giorgia Bacco

Immaginate di vedere il mondo attraverso uno spesso velo di nevischio o di statica, come quella di un vecchio televisore senza segnale. Immaginate di vedere così costantemente, senza tregua, e senza poter spiegare a nessuno quello che vedete.

Questa descrizione corrisponde piuttosto fedelmente alla vita di un tipico paziente con Sindrome della Visual Snow, o neve visiva. 

La visual snow è un fenomeno neurologico descritto solo recentemente, che si manifesta come un disturbo visivo continuo e caratterizzato dalla visione a tutto campo di numerosissimi puntini luminosi ed in movimento, somiglianti ad una vera e propria neve.

Oltre alla neve (o statica) i pazienti con la sindrome della visual snow riferiscono anche altri sintomi visivi, come la palinopsia (la permanenza di un’immagine anche quando l’oggetto che l’ha provocata è scomparso), la fotofobia (fastidio per le luci), la nictalopia (difficoltà nel vedere di notte o in ambienti con luci soffuse). Un altro sintomo comune sono i fenomeni cosiddetti ‘entottici’, come le miodesopsie (o mosche volanti), che spesso sono percepibili anche da persone sane, ma che nella sindrome della visual snow diventano estremamente frequenti ed intrusivi.

Un tipico paziente con visual snow può trascorrere moltissimi anni senza ricevere una diagnosi, innanzitutto perché si tratta di un disturbo di origine sensoriale piuttosto complesso il cui riconoscimento si basa sul racconto del paziente, ma anche perché gli esami oculistici standard non mostrano nessun problema di origine oculare. L’origine della visual snow non risiede infatti negli occhi o nel sistema visivo, bensì nelle zone del cervello deputate a decifrare l’immagine.

Anche se per moltissimi anni la visual snow non è stata riconosciuta come patologia a se stante, causando una mancata diagnosi in molte persone affette, negli ultimi anni sta emergendo come questa condizione non sia poi in realtà così rara. Un recente studio epidemiologico effettuato proprio nel Regno Unito ha infatti svelato che fino al 2% della popolazione potrebbe essere affetta da forme della malattia, che possono spaziare da disturbi molto lievi fino alla sindrome completa.

Nei casi più gravi, la visual snow syndrome può essere piuttosto debilitante, in particolar modo quando sono presenti tutti i sintomi descritti sopra, o quando si ritrova in associazione con due comorbidità comuni, l’emicrania e gli acufeni. 

Le cause della visual snow sono ancora in gran parte sconosciute, anche se studi recenti di risonanza magnetica cerebrale provenienti dal gruppo del King’s College di Londra hanno evidenziato la presenza di disturbi a livello della processazione degli stimoli visivi nella corteccia cerebrale. 

Ne abbiamo parlato con la nostra neurologa la Dott.ssa Francesca Puledda, esperta di questo disturbo neurologico e di cefalee.

La visual snow può essere trattata?

Al momento purtroppo non esistono farmaci o cure specifiche per la visual snow. Il trattamento è individuale e si basa soprattutto sull’individuare quali sono la problematiche più gravi per il paziente, spesso con un approccio multidisciplinare integrato. 

La visual snow è sintomo di ansia?

La visual snow non è causata dall’ansia o da problemi psicologici, anche se questi disturbi possono frequentemente associarsi alla sindrome. In particolare, quando la sintomatologia ha un inizio improvviso, essa può causare spavento e fastidio con conseguenti ansia e depressione. Una diagnosi tempestiva ed un eventuale approccio psicoterapico possono aiutare la gestione dei sintomi in questi casi, ma è importante distinguere l’origine neurologica della visual snow dai disturbi psichiatrici che ne possono conseguire.

Penso di soffrire di visual snow, cosa posso fare?

Se i sintomi hanno avuto un inizio improvviso e/o causano problemi nella vita quotidiana, è importante rivolgersi innanzitutto al proprio medico di base. Questo può richiedere degli esami oculistici per escludere patologie dell’occhio ed eventualmente dirigere il paziente verso una visita neurologica specialistica.

Per avere maggiori informazioni su questo disturbo:

https://www.dailymail.co.uk/health/article-10455145/Crippling-visual-snow-syndrome-affecting-2-population.html
https://n.neurology.org/content/94/6/e564
https://jnnp.bmj.com/content/92/9/918
Jan 20 22

Rosacea: peggiora d’inverno?

Giorgia Bacco

La rosacea è una patologia infiammatoria della pelle. L’obesità, il fumo di sigaretta e un eccessivo consumo di bevande alcoliche possono favorirne lo sviluppo. La forma più frequente (rosacea eritemato-teleangectatica) è conosciuta comunemente come couperose. Importante porre attenzione a cosa va evitato e cosa invece va utilizzato. 

Ne abbiamo parlato con la nostra Dermatologa, La Dottoressa Sara Pruneddu.

Le cause che portano allo sviluppo della rosacea non sono note, tuttavia alla base vi sono numerosi fattori:

  • fattori genetici: individui con storia familiare di rosacea sono più propensi a sviluppare la patologia;
  • alterazioni del sistema immunitario innato, in particolare un’abnorme produzione di catelecidina, una proteina in grado di uccidere i batteri ma anche in grado di promuovere l’infiammazione ed attivare il sistema immunitario;
  • l’infiammazione viene stimolata anche da diverse specie di microrganismi che normalmente vivono sulla nostra pelle, ma che nella rosacea sono presenti in maggior quantità. Fra questi, il più importante e studiato è sicuramente il Demodex folliculorum, un acaro che si ritrova nei follicoli pilosebacei (cioè nelle zone della pelle dove risiede il pelo);
  • i raggi ultravioletti (e quindi l’esposizione solare) possono esacerbare la rosacea, dato che possono stimolare il rilascio di sostanze vasoattive e la produzione dei radicali liberi che promuovono l’infiammazione;
  • un’eccessiva dilatazione dei vasi sanguigni indotta dal rilascio di varie sostanze in risposta a diversi stimoli.

Consigli

Cosa evitare:

Nel trattamento della rosacea è importante evitare quei fattori che scatenano le vampate vasomotorie:

  • esposizione solare;
  • eccessivo esercizio fisico;
  • variazioni di temperatura ambientale;
  • stress psicologico;
  • consumo di alcool;
  • cibi speziati;
  • cosmetici aggressivi;
  • creme e unguenti contenenti corticosteroidi.

È necessario inoltre evitare l’uso di prodotti cosmetici aggressivi per la pelle come tonici, astringenti ed esfolianti, mentre solitamente è necessario l’uso di detergenti delicati e l’applicazione quotidiana di creme emollienti specifiche per evitare di irritare ulteriormente la pelle. 

È importante evitare l’uso di creme e unguenti contenenti corticosteroidi, che portano un beneficio parziale e un rapido peggioramento alla sospensione.

Come eliminare la rosacea con metodi naturali?

La rosacea è una patologia cronica, pertanto tutti gli elementi discussi sopra ( evitare fonti di calore dirette sul viso, UV radiation, cibi e bevande cade e speziate, alcolici ) aiutano ad attenuarla in maniera naturale. Prodotti tipici con schermi solari ad ampio spettro sono indicati.

Come far scomparire i segni della rosacea? Esiste una crema particolare che posso usare? Esistono diverse creme sotto prescrizione medica che possono essere usate con successo. Queste contengono acido azelaico, metronidazolo o ivermectina.

Altre patologie cutanee possono simulare la rosacea, per cui è essenziale la visita dello specialista dermatologo per una diagnosi accurata e una terapia appropriata.

Jan 11 22

LANGUISHING: LA CONSEGUENZA DELLA PANDEMIA.

Giorgia Bacco

STRATEGIE PER AFFRONTARLO

Nel corso della pandemia di COVID-19, le emozioni sono state molte e diverse. Sono mutate di intensità con il numero di casi positivi di COVID-19 aumentato a dismisura, con il flusso di opinioni polarizzate che si sono trovate nei social media e nei giornali, e con la speranza (mai tramontata!) che un giorno torneremo a una qualche parvenza di normalità. 

Le emozioni più difficili da affrontare sono quelle che non siamo riusciti ad articolare. Tra queste troviamo il Languishing.

Abbiamo chiesto alla nostra Dott.ssa Silvia Riva, Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale specializzata nella terapia dell’Accettazione e Impegno (ACT) di spiegarci meglio questo fenomeno.

Il termine languishing deriva dal latino Languere e significa fiacchezza, languore, svogliatezza. Il “languishing” si rappresenta un insieme di emozioni difficili da gestire. Pur non essendo un disturbo mentale diagnosticato, il languishing comprende emozioni di paura, angoscia,  monotonia e  senso di vuoto.

Dopo quasi due anni trascorsi lontani dagli affetti e dai contatti, spesso isolati e in preda alla monotonia, è normale sentirsi un po’ vuoti, demotivati  e senza un orizzonte. L’origine del languishing è strettamente connesso alle difficoltà del lockdown e alle esperienze di contagi e malattia. Purtroppo questa sensazione spiacevole può cronicizzarsi e manifestarsi con questa sensazione di “languore” continuo.

Quali sono le conseguenze?

Il languishing scalfisce la nostra motivazione, offusca la capacità di concentrazione e ci rende meno efficienti a scuola e sul lavoro. Le conseguenze si possono manifestare in diversi aspetti della vita quotidiana: meno voglia di intraprendere qualcosa di nuovo, scarso desiderio di fare progetti, pensieri negativi sul futuro, poche aspettative, difficoltà a scegliere.

Con il languishing, è come si stesse guardando la propria vita da un treno fermo in stazione mentre si osservano gli altri in movimento.

Chi è esposto? I più colpiti e le cause

Siamo tutti potenzialmente esposti al languishing. Diversi studi recenti hanno individuato elevate presenze di languishing in diverse categorie professionali, in primis tra gli operatori sanitari. Tuttavia, il languishing sembra diffondersi a macchia d’olio nella popolazione adolescenziale e giovane adulta che ha dovuto affrontare momenti di grande solitudine e assenza di contatti sociali.

Cosa fare e quale rimedi

Prima di tutto, è importante saper riconoscere questa sgradevole sensazione. Ci possono essere alcuni campanelli di allarme a cui prestare attenzione: ad esempio si inizia a essere più stanchi, si inizia a rimandare l’attività fisica, e a posticipare momenti piacevoli come una cena al ristorante, una chiacchierata tra amici o una gita fuori porta. In generale, iniziamo a stare lontani dalle persone e dalla vita.

Il supporto psicologico diventa molto importante in questa situazione. L’aiuto di un esperto può sostenerci a voltare lo sguardo da una nuova prospettiva, a focalizzarci sulle opportunità della vita presente e ad affrontare le nostre emozioni negative. Spesso il segreto è quello di accettare come stiamo e ripartire da qui senza esercitare un controllo inutile sulla nostra mente e i nostri sentimenti.

Jan 6 22

ADHD nei bambini: sintomi, valutazione e intervento

Giorgia Bacco

Le difficoltà di attenzione nei bambini incidono sui comportamenti di inibizione e controllo e possono influenzare in maniera più o meno importante il rendimento scolastico; sono strettamente interconnesse al vissuto emotivo e hanno una ripercussione nella vita familiare.

ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) è un disordine neuropsichico causato da alterazioni funzionali di aree specifiche del Sistema Nervoso Centrale. In particolare di quei circuiti cerebrali che sono alla base dei comportamenti di inibizione e autocontrollo.

I sintomi, che si manifestano nelle aree dell’attenzione/disattenzione e iperattività e/o impulsività sono i seguenti:

Sintomi di disattenzione:

  • difficoltà a focalizzarsi sui dettagli;
  • a mantenere la concentrazione per un tempo prolungato;
  • ad ascoltare istruzioni verbali;
  • difficoltà di organizzazione;
  • facile distraibilitá dagli stimoli esterni;

Sintomi di iperattività e/o impulsività:

  • difficoltà a restare seduto al proprio posto;
  • verbalizzazioni eccessive;
  • difficoltà nel controllare gli impulsi;
  • risposte istintive;
  • difficoltà nel posticipare una gratificazione o ad attendere il proprio turno.

Valutazione e intervento per l’ADHD

Osservazione e valutazione clinica:

Attraverso colloqui strutturati, questionari (per genitori e insegnanti) e test standardizzati per la diagnosi viene rilevato il profilo globale del bambino, sia cognitivo che emotivo. Ogni bambino è caratterizzato dal proprio profilo di funzionamento a cui viene associato un personale progetto di intervento sul quale poi bisogna operare. 

ll progetto di intervento si articola su 3 punti: 

  • parent training genitoriale;
  • sostegno emotivo attraverso un percorso di terapie psicologiche individuali o familiare;
  • affiancamento con la figura di un tutor/educatore specializzato che supporti e indirizzi il bambino verso l’acquisizione delle strategie necessarie sia nelle autonomie che nell’organizzazione dei compiti scolastici a casa. 
  • strategie in classe che aiutino il bambino ad ottimizzare le sue capacità 
  • farmacologico

Come si fa diagnosi di ADHD?

Primo passo: Colloquio anamnestico: necessario al fine di prendere informazioni sullo sviluppo del bambino, sulla vita famigliare e sociale in diversi ambiti.

Secondo passo: Approfondimento in anamnesi sulla presenza dei tratti ADHD (attenzione, inibizione, impulsività, pianificazione) in

più di un setting (in famiglia ed almeno in un altro setting sociale).

Terzo passo: questionari: verrà dato un questionario da compilare ai genitori ed uno per la Scuola. Il questionario esplora in dettaglio la presenza di sintomi ADHD. 

Spesso, le difficoltà attentive che vengono riportate si sovrappongono e interferiscono nel normale svolgimento di compiti di apprendimento, sia che siano relativi all’ambito della letto-scrittura, all’ambito ortografico e della comprensione o del calcolo. I sintomi ADHD spesso possono interferire anche nel comportamento in classe del bambino. 

Quarto ed ultimo: Restituzione con i genitori: alla luce del colloquio e dei dati provenienti dalle osservazioni a casa e a scuola, verranno date indicazioni per la scuola e suggerimenti per l’intervento da effettuarsi in contesto ambulatoriale e/o domestico.

Abbiamo fatto alcune domande alla nostra dott.ssa Suzana Corciova, psichiatra per bambini e adolescenti

Come valutare un bambino ADHD?

La valutazione si fa attraverso un primo colloquio anamnestico, strutturato con i genitori e il bambino. Lo scopo è prendere informazioni sullo sviluppo del bambino, sulla vita famigliare e sociale. Come “vive” la vita scolastica? Come affronta le situazioni di gioco? 

Consegna alla famiglia e alla scuola di questionari osservativi, relativi ad aspetti relazionali, emotivi, cognitivi. Consegna da parte della famiglia di eventuali precedenti valutazioni o relazioni da parte di specialisti e/o della scuola.

Quando chiedersi se il proprio figlio ha ADHD? 

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è uno dei disturbi che più frequentemente si riscontra in età evolutiva, la cui sintomatologia prosegue anche in età adolescenziale e adulta.

La caratteristica fondamentale del disturbo è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento e lo sviluppo dei bambini sin dalla prima infanzia.

Come comportarsi con un bambino con deficit di attenzione?

La cosa più importante sarà quella di creare un ambiente che favorisca l’autoregolazione e la riflessività del bambino, dal momento che le sue difficoltà comportamentali consistono soprattutto nell’ impulsività, iperattività e deficit di attenzione, con conseguente scarso autocontrollo. Sarà quindi importante comunicare in maniera diretta e dando istruzioni una alla volta ed in modo chiaro. 

A scuola ad esempio, aiuta farlo sedere nelle prime file per limitare le fonti di distrazione ed essere più controllato.

Dec 16 21

Come comportarsi a Natale e Capodanno: i consigli della nutrizionista Ilaria Carandente

Giorgia Bacco

Che stress, ho paura di ingrassare! 

Durante le festività può essere difficile rinunciare ai piaceri della tavola, abbandonarci completamente al cibo, soprattutto dopo un anno così complesso. Per non parlare poi dell’incubo di sentirci in colpa per avere alzato troppo il gomito.

È possibile evitare di prendere chili e di mandare in fumo la dieta fatta fino al giorno prima, senza rinunciare ai pranzi e alle cene con familiari e amici?

Fortunatamente esistono dei piccoli accorgimenti per tutti coloro che non vogliono far svanire i propri sacrifici (che con fatica hanno raggiunto) per essere in forma per le feste natalizie. 

L’obiettivo è evitare di prendere troppi chili durante le festività, o meglio ancora, evitare di stare male dopo pranzi o cene troppo abbondanti. Ma come possiamo ottenere ottimi risultati, senza però rinunciare al piacere di queste feste?

Non è semplice perché Dicembre è il mese in cui le le occasioni per festeggiare si moltiplicano: aperitivi, cene, pranzi, possono essere un momento di gioia ma anche una “buona scusa” per lasciarsi andare.

Chi infatti sa mantenere un buon regime alimentare, è consapevole che se anche qualche volta fa uno strappo alla regola, quello che conta è il bilancio complessivo sui periodi lunghi, dalla settimana al mese. Non è che mangiando due belle porzioni di lasagne al forno si ingrassa automaticamente di mezzo chilo. Perché il corpo umano non è un semplice registratore di cassa e, nei limiti, sa difendersi dagli eccessi!

Molte persone invece sono convinte di poter mangiare tutto ciò vogliono per poi ricorrere ai ripari a gennaio, ma è un atteggiamento scorretto! Infatti, non a caso, “non si ingrassa tra Natale e Capodanno, ma tra Capodanno e il nuovo anno”.

Insomma dobbiamo correre ai ripari e nascondere la bilancia? Niente panico e niente stress, con un pò di disciplina e qualche consiglio utile, il Natale e il Capodanno non ci faranno più paura!

Abbiamo fatto alcune domande alla nostra Nutrizionista Ilaria Carandente

Come comportarsi durante le feste? 

Quando i miei pazienti mi chiedono come comportarsi durante le feste di Natale, la mia risposta è sempre la stessa: Godetevi i giorni di festa!

Questo perché il concetto fondamentale dietro una dieta sana ed equilibrata, è quello che sono le abitudini quotidiane ad avere un peso su quello che siamo, piuttosto che le festività che, come tali, vanno giustamente vissute con serenità e spensieratezza. 

Si può fare una dieta durante le feste? 

Lo scopo di una dieta non è quello di fare una corsa contro il tempo per perdere quanto più peso possibile nel minor tempo possibile, quanto piuttosto quello di imparare a mangiare correttamente in maniera tale da poterci permettere qualche flessibilità in più.

Cosa raccomanda allora? 

La mia solita raccomandazione ai pazienti è quella di cercare di limitare gli eccessi ai soli giorni effettivamente festivi o nei quali ci sono pranzi/cene in famiglia o con amici e durante i quali è sicuramente più complicato dire di no. Il tutto si riduce quindi a 4/5 giorni di vera e propria festività che se rapportati all’arco di un intero anno, sono di importanza irrisoria rispetto al resto. 

Qualche trucchetto da seguire? 

Durante questi giorni, consiglio sempre di mangiare tutto quello che ci piace e di cui abbiamo voglia, avendo premura di prepararsi porzioni piccole per ogni piatto in modo da poter assaggiare tutto senza esagerare.

Un ottimo escamotage che si può mettere in atto per limitare al minimo i danni, è quello di fare delle scelte nell’ambito del pasto e decidere a quale categoria di alimenti o bevande si vuole dare più importanza, e a quali invece si riesce a rinunciare più facilmente (esempio: mangio la pasta ed evito il pane oppure mangio il dolce ed evito l’alcol etc) 

Qualche cibo da evitare? 

Ovviamente se tra le varie proposte culinarie riusciamo ad evitare o limitare al massimo la frittura, la frutta secca, piuttosto che piatti eccessivamente conditi o dolci, è già un passo avanti. Ma se rinunciare a queste cose nei giorni di Natale deve poi compromettere l’intero proseguimento della dieta o deve creare malumore, allora meglio mangiarla e assicurarsi che terminati i giorni di festa si ritorni ad una corretta routine alimentare.